Eccoci arrivati all’ultima puntata della mia avventura alle Everglades in kayak. Riprendiamo da dove ci siamo lasciati nello scorso appuntamento.

Intanto il vento aumenta ma è ancora sopportabile la tenda vacilla ma sembra tenere. Timo ed io ci dedichiamo a rinforzare gli allacci ai cespugli: questi sono fondamentali perché è grazie a loro che la tenda si tiene in piedi, senza crollerebbe da una parte o dall’altra. Oramai sono le tre del pomeriggio, il vento continua ad aumentare ed arrivano le prime gocce di pioggia: il cielo inizia ad oscurarsi il sole non si vede più.

Non ci resta altro che metterci in tenda ed aspettare che passi. Purtroppo non passerà anzi, pioggia e vento incrementeranno con il passare delle ore. Siamo lontani da tutto, nessuno ci può sentire e nessuno sa con precisione dove siamo. Non possiamo comunicare dal momento che il cellulare non prende ed in poche parole siamo fuori dal mondo. Sono le sei ed è già buio , piove in continuazione e tira molto vento. Gli altri dormono, io non ci riesco.

Cerco di non pensare a cosa succederebbe se la tenda non ce la dovesse fare. E’ una tenda molto sottile, è di quelle estive ed è messa a dura prova dal vento e dalla pioggia. E infatti sento una goccia, accendo una lampada e vedo l’acqua che passa attraverso la tenda che oramai non tiene più. Gli altri hanno un materassino io no, dormo per terra e sono il primo ad essere raggiunto dall’acqua. Fa freddo, molto freddo, cerco di proteggermi con tutto quello che ho ma sono solo due magliette asciutte ed una felpa.

Passerò tutta la notte senza dormire a tenere il palo che avevamo arrangiato nella speranza che non crolli. Posso dire senza tema di smentita che è stata la notte più lunga della mia vita. Non mi vergogno a dire che ho pensato di non farcela: se la tenda non avesse retto che avremmo fatto? Non c’era un riparo, dove potevamo andare? Senza quel sottile nylon a proteggerci, con il freddo e gli indumenti bagnati che fine avremmo fatto? Meglio non pensarci.

Sono le 5 del mattino del giorno dopo, ha smesso di piovere ma c’è’ ancora vento: la tenda ce l’ha fatta e ci ha salvato anche se siamo tutti bagnati. L’unico modo per asciugarsi è scaldandosi a pagaiare, cercando di riconquistare la via di casa e della salvezza!

Faccio due passi per l’isola e vedo dei movimenti in lontananza. Sapevo che le isole delle Everglades sono abitate da degli animali ma non li avevo mai visti, sono molto schivi ed escono per mangiare solo la notte. Sono loro! Vado a prendere la telecamera per fare un video. Purtroppo non si vede bene perché erano distanti ed appena mi hanno visto sono scappati. Qui li chiamano “ragoon” o qualcosa del genere, sono carini e sono una via di mezzo tra un opossum ed un gatto ma con il muso da topo. Approfittano della bassa marea per andare a mangiare militi o piccoli crostacei che si trovano frugando qua e là. Bene sono le sei e mezza, siamo tutti in piedi . Ci facciamo un te’ caldo e decidiamo di partire. Ci vogliono altre 6 miglia per raggiungere nuovamente la civiltà, non molte ma siamo veramente esausti.

Per fortuna questa volta il vento una mano ce la da: non che soffi a favore, ci mancherebbe, ma ameno non ci viene contro! Ce l’abbiamo di traverso e questo è fastidioso perché alza una piccola onda che però si riversa nel kayak e rimaniamo bagnati. Non abbiamo alternativa ,dobbiamo andare avanti. La giornata fila abbastanza liscia tra un incontro con un delfino che ci gira intorno per un po’ e due alligatori che appena ci vedono si buttano in acqua.

La piantina la tiene Chris e seguiamo le sue indicazioni.Ad un certo punto due isole praticamente uguali. Dalla cartina non si capisce bene se lasciarle a destra o a sinistra: decidiamo per quest’ultima ed andiamo avanti. Anche questa scelta non è andata a buon fine: dopo circa quaranta minuti di pagaiate ci troviamo in un vicolo cieco, non ci resta altro da fare che tornare indietro.

Riprendiamo l’altra strada e proseguiamo, questa volta sembra essere quella giusta. Ci accorgiamo che stiamo vicini alla riva perché l’acqua si fa sempre più bassa ed in alcuni punti addirittura il kayak tocca terra.

Passiamo un’isola e cominciamo a sentire il rumore delle auto: la civiltà è vicina ma non riusciamo ancora a trovare il punto da cui siamo partiti. Finalmente ed improvvisamente si apre uno spiraglio tra le isole che si fa sempre più grande e in lontananza si vedono auto in circolazione: ce l’abbiamo fatta!

Staremo a neanche due miglia dall’arrivo ma il kayak non vuole andare dritto, vento e corrente spingono sulla coda e devo fare le acrobazie per dagli la direzione giusta. Siamo tutti molto lontani l’uno dall’altro e vedo che Timo è un po’ indietro mentre Chris e Fabiano sono più avanti. La terra si avvicina piano piano, inizio a scorgere le persone e sono felice, stanco, infreddolito ma felice. Finalmente tocco terra, è finita ma c’è ancora una sorpresa.

Arriviamo con la bassa marea ed invece di approdare sulla sabbia, tocchiamo terra sul fango. Si affonda quasi fino al ginocchio ed occorre fare 30 metri trascinando il kayak per arrivare alla spiaggia. E’ un’ammazzata pazzesca ma è finita! Siamo arrivati in tre , manca Timo, il tedesco ma si vede in lontananza: ho la sensazione che abbia avuto un problema, comunque procede, lentamente ma procede verso di noi.

Avvicinatosi un altro po’ capiamo: ha rotto la pagaia, poverino. Fortuna ha voluto che succedesse alla fine, se fosse accaduto ieri che avremmo fatto?

E’ finita, siamo stanchi ,sporchi di fango ed infreddoliti, ma è finita!

L’ultimo sforzo a caricare le barche e si torna a casa.

Ecco, questa è la storia della mia avventura nelle Everglades: ne ho avute tante nella mia vita, ho fatto due volte il giro del mondo ma questa mi resterà impressa per sempre.

È stata un po’ lunga ma ci tenevo a raccontarla perchè credo che sia il modo migliore per conoscere questo meraviglioso posto, ottimo per chi ha un po’ di spirito di avventura!

Se lo rifarei? Sì penso proprio di sì: dopo quello che ho passato, cos’ altro potrà capitare?

Have a Sunshine Day!

Robert


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